L'evoluzione dei planetariAtlante farnese;

Il desiderio di rappresentare la volta celeste e di ricreare i movimenti ad essa associati quali il sorgere e tramontare degli astri e i vari fenomeni stagionali risale a tempi antichissimi.

Per realizzare questa idea la sfera celeste può essere rappresentata in due modi: immaginando che la si osservi dall’interno (come facciamo tutte le volte che alziamo gli occhi per guardare il cielo) oppure dall’esterno. Il primo metodo risulta senz’altro il più naturale e ovvio visto che la volta celeste ci appare come un'enorme cupola che ci avvolge, una semisfera nella quale noi occupiamo la posizione centrale. Il secondo consiste nella costruzione di un globo sul quale vengono riportate stelle e costellazioni analogamente a quanto si fa nella costruzione dei mappamondi geografici.

E’ questa senz’altro una rappresentazione innaturale ma efficace dal punto di vista didattico ed estremamente più semplice dal punto di vista costruttivo dal momento che le dimensioni dei globi possono essere anche molto ridotte e la loro costruzione non richiede tecniche sofisticate. Queste dunque le motivazioni per cui fin dall’antichità si raffigurava il cielo mediante i cosiddetti “globi”. Tra i più antichi quello in marmo dell’Atlante Farnese (II sec. a.c.) è uno dei meglio conservati mentre nella maggior parte dei casi, essendo costruiti con il legno, i globi non sono sopravvissuti alle ingiurie del tempo. Su questi strumenti erano tracciati equatore celeste, eclittica e altri cerchi di riferimento e il loro utilizzo prevedeva la possibilità di effettuare la rotazione intorno all’asse polare al fine di seguire il passaggio in meridiano, il sorgere e il tramontare delle costellazioni o delle singole stelle.

Questi oggetti, mirabili e preziosi, avevano però una pecca fondamentale; nel cielo rappresentato mancavano i pianeti. Erano in pratica Stellari e non Planetari, perché illustravano molto bene l’insieme delle stelle “fisse” ma non prendevano in considerazione oggetti celesti “mobili” come la luna e i pianeti perché era impossibile ricrearne i movimenti.

I primi veri planetari sorsero molto più tardi, intorno al diciassettesimo secolo, quando ormai la concezione eliocentrica di Copernico si era già affermata e le tecniche costruttive potevano contare sulle nuove scoperte tecnologiche. Furono dapprima costruiti globi enormi, capaci di contenere anche dieci, quindici persone (1713 Globo Gottorp) che, con movimenti idraulici, ruotavano ogni 24 ore con un inclinazione pari a quella dell’asse terrestre ma il tutto era enormemente dispendioso e rumoroso, oltre a non possedere la precisione e i movimenti più fini che si ricercavano.

Un grande passo avanti fu il globo celeste Atwood, costruito due secoli più tardi (1912-1913) con materiali più leggeri in modo da ridurre il peso e mosso da un motore elettrico. I visitatori penetravano nel globo attraverso un’apertura nell’emisfero meridionale e mediante 700 forellini potevano vedere altrettante stelle (fino alla quarta magnitudine apparente), altri forellini venivano scoperti in prossimità dei pianeti e il sole era rappresentato con una lampada mentre la luna e le fasi con dei dischi. Il globo Atwood veniva illuminato dall’esterno affinché la luce passando attraverso i forellini della sfera fornisse l’impressione del cielo stellato e la piattaforma sulla quale stavano i visitatori fungeva da piano dell’orizzonte.

Dieci anni più tardi Walter Bauersfeld direttore della Zeiss (un’azienda ottica tedesca) rivoluzionò il concetto di planetario portandolo alla sua attuale fisionomia. Nel globo Atwood e in tutti i globi planetari di quel tempo, l’illuminazione era esterna e tutta la sfera che ospitava i pochi osservatori ruotava intorno ad essi. Bauersfeld rovesciò i due concetti: l’illuminazione doveva essere interna e la sfera doveva restare immobile. Più precisamente, la semisfera celeste osservabile doveva essere una cupola bianca, fissa, assimilabile ad enorme schermo, sulla quale una macchina rotante relativamente piccola e posta nel centro della sala avrebbe proiettato gli astri e i loro movimenti. Naturalmente tutta la sala doveva essere nella più completa oscurità, affinché i proiettori fossero in grado di svolgere la loro funzione.

L’enorme vantaggio derivava dalla possibilità di comandare con semplici interruttori elettrici una piccola macchina da proiezione che richiede scarsa potenza per ruotare piuttosto di una sfera di grandi dimensioni. Diversi proiettori secondari provvedono ad illuminare sulla volta i pianeti, la luna e il sole, avendo ognuno di questi l’opportunità di muoversi e ruotare per espletare i moti propri dei pianeti, le fasi lunari e il moto annuo del sole.

Era questo il primo planetario Zeiss (il modello I) e da allora i vari modelli della Zeiss e di altre case produttrici progredirono nella stessa direzione migliorandone i moti, il bilanciamento dei pesi, i proiettori accessori e le luci di sala.

Così il planetario di S.G. Persiceto in ordine di tempo è solo l’ultimo di una serie di strumenti sempre più perfezionati che, allo stesso modo dei globi di duemila anni fa, ha l’unico scopo di ricreare in scala la magia del cielo stellato così da avvicinare l’uomo alla conoscenza dell’astronomia e, perché no, anche a facilitarne lo studio.